Domenica 2 marzo ho avuto l’opportunità di visitare due musei a Fara in Sabina: il MUSAF e il Museo del Silenzio. Due realtà profondamente diverse ma entrambe capaci di raccontare, ognuna a modo suo, la storia e l’anima del territorio reatino.
Il MUSAF (Museo Archeologico di Fara in Sabina) è ospitato nello storico Palazzo Brancaleoni. L’edificio stesso, con la sua architettura rinascimentale e le tracce delle trasformazioni subite nei secoli, costituisce un primo assaggio della stratificazione storica del borgo. Il museo raccoglie reperti archeologici provenienti dagli scavi di Cures ed Eretum, due centri nevralgici della civiltà sabina. Percorrendo le varie sale, mi sono lasciata affascinare dai corredi funerari rinvenuti nella necropoli di Colle del Forno: oggetti semplici, ma carichi di significato, che raccontano il rapporto tra i Sabini e l’aldilà.
Questo luogo suggestivo ha suscitato in me un grande senso di connessione con il passato. Osservare quegli oggetti millenari, toccati e utilizzati da persone vissute in un’epoca così lontana, ha risvegliato un senso di rispetto e di meraviglia. Ogni vetrina era un frammento di vita quotidiana che, nonostante il tempo trascorso, riusciva ancora a parlare.


Dopo questa immersione nella storia antica, ho proseguito la visita con un’esperienza completamente diversa: il Museo del Silenzio, situato all’interno del Monastero delle Clarisse Eremite. Fin dall’ingresso, l’atmosfera ha cambiato completamente registro. Qui non ci sono reperti archeologici o grandi testimonianze storiche tangibili, ma un percorso sensoriale e introspettivo che mi ha portato a riflettere sul valore del silenzio.
Attraverso un allestimento suggestivo, fatto di giochi di luce e di ombra, il museo invita il visitatore a confrontarsi con una dimensione diversa del tempo e dello spazio. Le 21 teche custodiscono oggetti semplici, di uso quotidiano, che raccontano la vita delle monache e la loro dedizione alla preghiera, al lavoro e alla disciplina. Ogni oggetto, illuminato ad arte, acquista un significato profondo, evocando il ritmo lento e meditativo della vita monastica.
Qui “risuona”, se così si può dire, una sensazione di pace e di raccoglimento. Lontano dal frastuono della vita quotidiana, mi sono trovata immersa in un’esperienza di contemplazione che mi ha spinto a riconsiderare l’importanza della quiete e della riflessione nella nostra esistenza.
In conclusione, la mia visita a questi due luoghi è stata un viaggio attraverso due anime di Fara in Sabina: da un lato, la storia e l’archeologia che ci riconnettono con le nostre radici; dall’altro, il silenzio e la spiritualità che ci invitano a guardarci dentro. Due esperienze complementari che consiglio a chiunque voglia approfondire non solo la storia, ma anche qualcosa di più profondo su se stesso.
In copertina: Particolare della cinta muraria di Fara in Sabina (Rieti)
Comments
Luigi Collu
Luoghi davvero interessanti.